Landsdale#2

Scrivo dei giorni prima che le cose impazzissero, quando c’era da dire addio alle superiori, pensare all’università, alle ragazze, ai party e alla Grande Nottata Horror del venerdì al drive-in Orbit, quello a fianco dell’Interstatale 45. il più grande drive-in del Texas. Del mondo intero a dire il vero, anche se dubito che esistano molti drive-in, per esempio, in Jugoslavia.

Immaginatevi questo, fratelli: una fresca, frizzate sera d’estate, con le stelle del Texas come occhi di serpenti a sonagli che brillano in un bosco fitto e scuro. Una fila di automobili, come una collana malandata, che si snoda dalla cassa all’autostrada, dispiegandosi per un chilometro e mezzo o forse anche di più.
I clacson strombazzano.
I bambini strillano.
Le zanzare ronzano.
Willie Nelson canta di occhi azzurri che piangono sotto la pioggia da un impianto hi-fi per auto, in competizione con Hank Williams Jr., Johnny Cash, gli zz Top, i Big Boys, i Cars e Caountry Bob e i Bloody Farmers, gruppi e cantanti che non siete in grado di identificare. E tutto quanto si fonde in una foschia sonora, tra metallo e velluto, sino a diventare una musica autonoma: l’inno del drive-in, un coro di confusione culturale.

Adesso siete pronti. Il film comincia. Roba di serie b, con un budget da straccioni. Film quasi tutti girati con poco più di una cinepresa Kodak, un po’ di sputo, e una preghiera. E se di questa roba ne avete vista quanto basta, finisce col piacervi; è un po’ come imparare ad apprezzare i crauti.

Sissignori, sì fratelli, l’Orbit aveva proprio qualcosa di speciale. Era romantico. Era fuorilegge. Era folle.
E, alla fine, si dimostrò anche mortale.

Joe R. Landsdale, Drive-in, 1988
(trad. it. Einaudi 2000)

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1 Response to Landsdale#2

  1. lampyous says:

    il drive-in chiude una strada ma apre una via

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